Tabacchi sr. Giuditta

Missionaria Saveriana

Nata a Calalzo di Cadore il 22.01.1943

 

Missionaria in Brasile dal 1978 al 1992. Rientrata in Italia, attualmente presta servizio nella comunità di Ceggia.

 

Ceggia, 27 Novembre 1994

“Esci dalla tua Terra e va’..”

            «Ricordo una domenica sera.. tornavo a casa da una gita in montagna, bella quella giornata tra amici, bello contemplare l’Antelao e le Marmarole splendenti di sole e di neve, mi ricordavano la grandezza, la fantasia e la generosità di Dio con il nostro Cadore. Pensavo a queste cose e subito si è aggiunto un altro pensiero, o meglio quella frase che aveva sconquassato la vita di Abramo quando aveva intuito che il Signore gli diceva “Esci dalla tua terra e va.. dove Io ti mostrerò”. Anche a me pareva da un po’ di tempo, e me ne convincevo sempre di più, che lo stesso invito fosse rivolto anche a me: “Esci dalla tua Terra e va, e, assieme ad altre missionarie, Mi annuncerai ai popoli più lontani”.

Dopo qualche anno di preparazione e qualche altro di animazione giovanile in Italia, sono partita per l’Amazzonia brasiliana. Un pezzo di mondo immenso ed incantevole per le sue bellezze naturali, ma dove lo sfruttamento e la prepotenza per interessi economici provocano forme di miserie e sofferenze sempre più grandi tra quella gente. Ora, dopo 15 anni vissuti in Amazzonia, tra fiumi e foresta, fianco a fianco con la nostra gente tanto amata per la pesante croce che trascina ogni giorno, mi chiedo, ci chiediamo noi missionari, e ce lo chiede anche la gente in Italia: “Ma cosa fate? Cosa cambiate di quelle situazioni così ingiuste? Come annunciate Cristo e il suo Vangelo di speranza?” Umanamente siamo sempre tentati, tutti, di desiderare risultati più o meno vistosi.. dimenticando che la logica del Vangelo ci invita a non preoccuparci di raccogliere, ma piuttosto di seminare.. E allora mi piace pensare a quello che mi diceva Raul, meccanico, papà, e animatore delle nostre comunità cristiane, può essere una risposta alle nostre domande: “Sai, quando penso a voi missionari, a te, che avete lasciato la vostra terra per venire qui a penare con noi, con le nostre miserie e la nostra voglia di vivere, con le nostre povertà e con la voglia di tirarci fuori, quando penso alla vostra presenza tra noi, sento una forza e una speranza sempre nuova, che mi fa andare avanti e credere che il Signore non ci lascia mai soli, ma ci incoraggia a vivere attraverso voi”.

Mi piace ricordare anche Pirique, un ragazzino di sei anni che praticamente vive sulla strada, furbo e simpaticissimo, per questo ormai usato dal contrabbando di droga come corriere, quando mi vedeva mi diceva: “Vengo anche questa sera a trovarti a casa tua.. mi piacerebbe che tu fossi mia mamma…”

Così dalle parole di Raul, di Pirique, e di tanta altra gente, capivo e mi convincevo che la nostra missione è guardata e desiderata non come “fare” ma come “essere”. Essere una presenza che ascolta, che incoraggia, che condivide gioie e paure, incertezze e speranze, “essere” un cuore e una mano sempre disponibile.»

Suor Giuditta ricorda le parole di un’altra missionaria, rivolte ai giovani:

«Io parto, ma tu non restare.. Amate la vita e servitela nel donarla. Mettete le cose al posto giusto, secondo il loro valore. Il povero fa presto, ne ha così poche, che vede subito dov’è il tesoro. Ma noi non rischiamo di amare molto il correre, il molto avere, più di un’amicizia. Se ti vien da pensare: che se ne fa la società  del mio diploma e di me? E se ti vien da dire: sono inutile; e se ti vien voglia di buttarti via, io ti dico: abbi il  coraggio di pensare “alla grande”. Varca le frontiere del tuo popolo, prova a pensare al mondo come al paese dei tuoi fratelli e delle tue sorelle.. Quando si ha fame la vita vale, e vale molto e nessuno pensa di buttarla via..»

 

 

Testimoniare è un dono..

«Il dono della vita è una cosa grande, ma il dono della missione, vivere 15 anni nell’Amazzonia brasiliana è una cosa altrettanto grande, aiuta a cambiare testa e cuore.. Contemplo questo dono con una infinita riconoscenza al Signore e alla mia congregazione missionaria che mi hanno dato di vivere questa straordinaria esperienza. Sono ritornata in Italia per altri servizi a Parma e in famiglia, ma sempre con il pensiero alla missione. Negli anni passati in Amazzonia ho cercato di condividere con la gente e con le missionarie delle mie comunità, gioie, fatiche, paure e speranze in un ambiente affascinante per le sue bellezze naturali (fiumi e foreste), ma carico di sofferenze umane per le tante ingiustizie che sfigurano la dignità umana.

Ho condiviso il cammino di fede con quella chiesa, coraggiosa nello stare con i più deboli e nel difendere gli sfruttati, una chiesa preoccupata di illuminare con la Parola di Dio quella giustizia che dà dignità ai suoi figli, quell’impegno religioso e sociale che rende protagonista della propria storia ogni uomo; una chiesa che investiva forze e mezzi nella preparazione e formazione di animatori comunitari (presenti nelle tante comunità sparse lungo i fiumi e foreste, dove, per le grandi distanze, noi missionari arrivavamo solo una volta l’anno). Uomini, donne, giovani che animavano la catechesi, la liturgia, la promozione della donna, della famiglia, della gioventù, coscientizzavano sul grande problema della salute, una salute minata dalla fame, dalla malattia, dalla mancanza di igiene. Animatori che aiutavano a difendere i diritti dei pescatori, contadini e dei ragazzi di strada.

Ho condiviso, con commozione, i sacrifici che ho visto con i miei stessi occhi, sacrifici di tante persone che sapevano donare tempo, fatiche per i viaggi disagevoli, rischi per denunce di ingiustizie e soprusi, animatori perseguitati e uccisi perché in nome di Dio difendevano i diritti alla vita. Tanto coraggio di persone semplici che non dimenticherò mai, quel coraggio che mi fa credere al Signore della vita, presente e animatore, primo missionario tra le sue creature. Ricordo di aver scritto ad un amico di non riuscire a sopportare l’arroganza e la prepotenza di chi sfruttava provocando paura e morte, di quanta sofferenza mi causasse tale sistema; la risposta fu più o meno la seguente: “Posso capirti, perché non vivo le gravi ingiustizie che vedi, ma sappi che il Signore è più interessato di te ai suoi figli e non li abbandonerà mai”. Mi ha fatto pensare, di fatto noi missionari viviamo quasi con impazienza la storia, con le sue situazioni, contraddizioni, sofferenze, sogniamo di cambiarla in meglio, ma in fretta. Invece la pazienza di Dio è infinita con ciascuno di noi e con la storia di tutti i tempi.

Ho imparato tanto dalla gente dei fiumi e della foresta, dove il silenzio aiuta a diventare saggi, la gente, tra l’altro, mi ha insegnato che l’importante è “quello che sono, non quello che faccio”, quasi a confermare che la pazienza è frutto del fidarci di Dio. Lui, sempre davanti, ci chiama alla vita, ci chiama a donarla per la missione; Lui cambia i cuori, le situazioni, la storia. Noi missionari, tante piccole stelle che aiutano nella notte, convinti però che solo guardando al “Sole” vivremo e saremo luce.»

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