Vecellio sr. Silvia

Missionaria Salesiana

Nata a Auronzo il 19.08.1931

 

Partita nel 1959 per il Brasile, come insegnante. Dal 1970 è missionaria nell’ospedale São Julião (antico lebbrosario) in Campo Grande, Brasile. Ora è responsabile dell’opera.

 

Il São Julião..

«Il São Julião è un ospedale per gli ammalati di hanseniase (lebbra). Unico nel centro-ovest del Brasile (nel raggio di 2000Km). Riceve ammalati anche dagli stati limitrofi, Bolivia e Paraguay. È stato fondato nel 1941 dal governo federale, dentro a un programma che ha costruito 35 asili-colonia destinati alla cura della lebbra. Dal 1941 l’amministrazione è stata di responsabilità dello stato. Dopo i primi anni di funzionamento, l’antica colonia è stata totalmente abbandonata essendo paragonata a un “deposito di ammalati del Medioevo”. Nel 1970, mediante decreto, l’ospedale è stato trasferito all’Associação de Ausilio e Recuperação dos Hansenianos che è l’entità giuridica responsabile, creata proprio con questa finalità. L’associazione è stata riconosciuta di utilità pubblica a livello federale, di stato e di municipio. L’ospedale São Julião è riconosciuto come centro di referenza in hanseniase (lebbra) in tutto il territorio dello stato del Mato Grosso del sud. Il terreno (quasi duecento ettari) del São Julião è stato donato dal municipio all’associazione.»

 

Gli obiettivi, i costi e le necessità..

«Gli obiettivi dell’ospedale sono una efficace assistenza sanitaria, corresponsabilità nella vita comunitaria ed educare alla continuità della cura nell’habitat di origine dell’ammalato; reintegrare socialmente l’ammalato; collaborare alla formazione di professionali (convenzioni con le Università); ricerca di metodi di cura. L’ospedale dispone di un’unità ambulatoriale (precaria, da rifare), di un’unità chirurgica, di una unità di riabilitazione (fisioterapia, officina ortopedica), di un’unità di internamento. È mantenuto da una Associazione (AARH) formata di persone di Campo Grande, con l’aiuto di benefattori locali, soprattutto italiani. Vi lavorano da più di 30 anni, a rotazione, giovani volontari italiani dell’Operazione Mato Grosso (OMG), suore salesiane e colombiane con la collaborazione di amici, medici e tecnici locali. Sopravvive con un sussidio dato dal Sistema Unico di Salute (SUS) che copre il 30% delle spese (il costo mensile è di circa 120 mila dollari); con produzione interna di latticini e derivati, con coltivazioni di ortaggi; con donazioni in genere. Le necessità più urgenti sono le seguenti: sussidi necessari per la manutenzione mensile; sostituzione di apparecchiature per le sale chirurgiche; contrattazione di alcuni medici specialisti (ortopedista, vascolare, fisiatra, ecc.); acquisto di farmaci; ricostruzione dell’ambulatorio: l’attuale, costruito da giovani dell’OMG nel 1970, non risponde più alle esigenze, bisogna rifarlo e adeguarlo alle necessità attuali e utilizzare la struttura esistente per altre finalità necessarie.»

 

São Julião, 11 luglio 1994

       «È morto Lino. Lino è stato e continua ad essere una persona rara. La zavorra della sua sofferenza sembrava una lapide appesa al collo, quando invece era il peso necessario per trattenere sul fondo il subacqueo che cercava le perle per donarle ai suoi amici. Credo proprio che la vita di quest’uomo, morto quando ormai era sordo, quasi cieco, privo delle mani e delle gambe, con i reni pietrificati, ma così vivo nello spirito, sia qualcosa da proporre a tutti i giovani, ma soprattutto a quelli che sono scoraggiati, a quelli che si arrendono di fronte alle difficoltà, a quelli che non sanno cosa fare della vita e che la sprecano in cose inutili. Sono convinta che il testamento spirituale di Lino, scritto poco prima di morire, possa essere per tutti noi “una lezione dì vita”.»

«…Se qualcuno vuol ricordarsi di me, che mi senta negli scritti che ho lasciato

 e nei sentieri del São Julião, nei suoi alberi e nei suoi passeri che ho amato

 e negli amici che non dimenticherò mai.

Vorrei che il poco che è rimasto dei miei resti umani riposasse sotto un albero del São Julião, magari una palma, ben vicino alle sue radici,

 affinché possa ricevere da loro il fremito di felicità delle foglie al vento

 e il profumo del mattino…

Che la lapide sia una lastra di cemento con solo il nome,

 la data di nascita con una stella e la partenza con una crocetta. Niente di più.

La croce l’ho già vissuta. Adesso è l’ora di rinascere…

 Che la mia partenza sia in silenzio,

come una foglia che cade dopo aver dato tutto di se stessa alla vita.

Vorrei vicino solo gli amici più intimi. Che gli altri conservino di me l’immagine di uomo vivo e lottatore. Questo della morte è il momento meno importante, il più è stato vivere.

Voglio appena una preghiera con gli amici attorno per sentire, ancora una volta, l’affetto e l’amicizia che sempre mi hanno dimostrato.

Spero che ci sia il sole e nel cielo nuvole bianche, con stormi di passeri

 e che di notte le stelle brillino,

cosicché tutti sentano la mia gratitudine per quanto mi hanno donato nella vita».

 

«Abbiamo sepolto Lino sotto gli alberi del São Julião, con attorno tanti amici. Il cielo era azzurro, con nuvole bianche e stormi di passeri, come lui desiderava. Ora abbiamo una infinita saudade (nostalgia) e un amico vero di più in cielo.»

Il Cedami..

«Il Cedami è il Centro de apoio aos migrantes, un centro di appoggio alle persone di passaggio. L’associazione, oltre all’ospedale São Julião, mantiene questa casa di accoglienza per famiglie in transito. Campo Grande è un corridoio di passaggio per l’Amazzonia e la Bolivia, e le persone di passaggio sono sempre tante. Arrivano dopo giorni e giorni di pulmann, quasi sempre dal Nordest del Brasile (non meno di 50 ore di viaggio). Scendono dai pulmann sfiniti, si buttano sui marciapiedi, sove soffrono il primo impatto con la città grande. C’è sempre uno più disgraziato di loro che ruba loro i documenti, i pochi soldi, la valigia.. così neanche possono proseguire il viaggio. Si fermano al Cedami, si rifanno il documento, si riposano un po’ della stanchezza del viaggio e si provvede il biglietto perché continuino il loro pellegrinare. Queste persone si fermano un minimo di tre giorni e a volte anche fino a trenta se oltre al resto hanno problemi di salute. Ricevono gratis quanto hanno bisogno in vitto e alloggio. A volte certe famiglie hanno uno stuolo di figli (8, 10, 12 a seconda, per lo più denutriti). Oltre a questi, la sera, quattro volte alla settimana, il Cedami offre un piatto di minestra e pane e riso a coloro che vivono per le strade, sono i così chiamati “moradores de rua”, sono coloro che hanno perso la speranza e non proseguono viaggio. Questa povera cena è anche il loro caffé del mattino e pranzo!»

La casa della Vovò Tulia..

«La casa della Vovò Tulia è una casa di accoglienza, mantenuta dall’associazione, per i bambini abbandonati, dagli 0 ai 4 anni, che si trovano in situazione di abbandono familiare. È un nido, una famiglia provvisoria per il bambino in attesa di una sistemazione definitiva nell’amore dell’adozione. Per questi bambini il cammino della speranza comincia in questa casetta della Nonna Tulia.»

 

«Sono solo undici lettini e i bimbi ci vengono affidati dal tribunale dei minori o dal consiglio tutelare e rimangono fintanto che il tribunale non destituisce dal “patrio potere” i genitori. Lo scopo di essere un luogo provvisorio, con pochi lettini, è per evitare che il bimbo crei radici e che invece rimanga il minor tempo possibile, obbligando il tribunale dei minori ad accelerare le pratiche per l’adozione o per il ritorno in famiglia.»

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18 marzo 2006

“…so quant’è difficile oggi sensibilizzare le persone a contribuire per le opere in Brasile, che gode fama di essere un paese ricco, e lo è, ma è anche un paese corrotto dove ci sono differenze sociale paurose. Le colonne del porticato del palazzo dell’alvorada a Brasilia sono il simbolo delle disegalità sociali : la base larga rappresenta la gran parte del popolo brasiliano sotto il sario minimo mentre i politici arrivano a duecento salari mensili…”

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