Zandonella Calligher p. Savino

Missionario Salesiano

Nato a Dosoledo il 16.04.1942

 

Partito nel 1958, a 16 anni, ancora chierico, in Argentina. Ha operato a Neuquèn, Luis Beltran, Trelew, Rawson, Zapala, Bahia Blanca, Bariloche, Patagones.

Argentina, 22 Giugno 1993

Forse non diamo altro che palliativi?

            «L’altro giorno nella steppa si presentò al Centro Missionario di Gan Gan un uomo, portando a cavallo anche un bambino di pochi anni; slittò a terra con quel sombrero nero allacciato al collo. Il sudore fatto fango disegnava un grottesco tatuaggio sulla faccia. Si avvicinò a me senza abbandonare il cavallo e mi disse, come in segreto: “Padre.. la vengo a disturbare.. non porta con sé alcuna aspirina?” “Sì, ce l’ho! Però cosa le accade?” Guardò di soppiatto il piccolo e mi disse con un fil di voce: “Già sono vari giorni che tosso sangue..”

Un nodo mi chiuse la gola. Non so per quale strana associazione di idee mi parve che tutta la razza Mapuche mi parlava attraverso quell’uomo tubercoloso. Perché anche la razza indigena è da cent’anni che tosse e sputa sangue e noi non la stiamo forse cercando di guarire con aspirine? Palliativi?»

 

Trelew, 21 Settembre 1994

Ci racconta la sua vocazione..

            «In una famiglia come la mia, dove era tanto naturale andare ogni giorno a Messa quanto scivolare sulla neve dolomitica e dove così spesso si parlava dello zio don Florindo, da 20 anni missionario in Patagonia, era facile che una vocazione missionaria attecchisse. Venuto qui a 16 anni, ho fatto gli studi coi salesiani, inserendomi in una storia missionaria che contava già 75 anni di vita. L’invito: “Esci dalla tua terra e va..” è facile a 15 anni, perché viene vissuto come una avventura. Più difficile è poi l’altro: “Esci dalla tua testa e va..”, cioè lasciare la lingua, la cultura propria ed entrare a capire una mentalità diversa.

L’incontro con quelle situazioni di povertà estrema, spesso cambia il cuore a tal punto da far nascere delle vocazioni religiose. La fede così si rinvigorisce, perché altrimenti dovremmo gridare l’imperdonabile fallimento della Resurrezione di Cristo di fronte a tante lacrime e tanta miseria. Quando ti rendi conto dell’enorme contrasto esistente tra la meravigliosa armonia del cosmo e questo torbido groviglio di uomini corrotti e insensibili; quando vedi seppellire una mamma con le tavole della porta del rancho, già privo di sedie, letto, piatti, gabinetto, cucina e, lungo le strade, scorgi piccoli e grandi frugare nelle immondizie per ingannare la fame in un mondo dello sperpero; quando pensi che se gli affamati del mondo si prendessero per mano formerebbero una tragica fila lunga 20 giri della terra, e assisti impotente alla recinzione di ben 12 mila ettari di terra buona e fertile per la difesa dei cigni dal collo nero, mentre lì vicino, senza terra, muoiono gli Indios Mapuche, ti aggrappi alla speranza che ci sia un altro mondo che non sia un covo di sciacalli, né un antro selvaggio.

Se non facciamo qualcosa per cambiare questo mondo, la nostra religione sarà solo platonismo, alienazione, e in chiesa, i nostri canti sulla fraternità ci suoneranno come stonature.

Non mi sento un eroe, ma solo uno che sa di non aver sbagliato scelta mettendosi al servizio dei più bisognosi.»

Formare i laici..

«Siccome ho circa 20 comunità sparse in un raggio di 200 km, stiamo cercando di formare laici celebratori, che riuniscano le comunità quando il sacerdote non può arrivare: formazione di comunità di base; stimolare la gente a fare in vernacoli, perché altrimenti l’alimentazione si riduce solo a carne di capra.»

I racconti dei Mapuches..

«Carissimi, ciò che mi dice la gente comune Mapuche è che dopo la morte lo spirito defunto rimane nei pressi del rancho durante i tempi del lutto, usando gli oggetti che gli lasciano vicino alla fossa. Poi comincia il suo viaggio di notte con i suoi occhi fosforescenti verso l’ovest. Quando arriva sulla costa del Pacifico aspetta una tempesta ed allora riceve l’ordine perentorio di partire. Con dei remi neri comincia la navigazione verso un’isola misteriosa dell’oceano.

Invece per i Mapuches più famosi è riservata la dimora nei crateri dei vulcani, dove prendono le redini delle forze della natura: venti, piogge, tuoni, fertilità… Per questo motivo i nostri Mapuches hanno grande interesse ad avere propizi i Pillanes, quegli eroi che vivono nei crateri e fanno loro sacrifici e rogative. I nostri indigeni hanno il loro vulcano di famiglia chiamato Copahue. È molto amichevole. Non si conserva memoria di eruzioni come quelle dell’Etna. Solo a volte trema, lancia colonne di ceneri o sputa vapori come se avesse qualcosa da dire ai Mapuches, avvertendo che c’è qualcosa che non va… è ciò che è successo poco tempo fa. Il cacicco guardava preoccupato il Copahue. Aveva le pupille inchiodate nel pennacchio bianco di vapore e fumo che arrivava fino alle nuvole. Una dozzina di pietre gigantesche volarono dalla cima e si lanciarono rompendo lo specchio del quieto lago Caviahue e alzando enormi cortine d’acqua…

Il giorno dopo si fece riunione con i responsabili della difesa civile della zona per prevenire disastri, perché molta gente viene da Buenos Aires a ricevere i benefici delle acque termali che sprizzano alla base del vulcano, con molte composizione chimiche. I tecnici parlavano e stavano per chiudere la riunione, quando alzò la mano il cacicco Eleuterio: “Non abbiamo capito molto le cose che avete detto come ingegneri, ma le rispettiamo.. Noi non abbiamo avuto scuola.. ma ciò che noi sappiamo è che se si arrabbia il vulcano né voi, né la vostra scienza, né noi potremmo scappare, o meglio, c’è un solo modo di controllarlo: Dio che ha fatto il Copahue, solo Lui lo può assoggettare..” Qualche sorriso da parte degli ingegneri e poi domandarono: “Che proponete voi Mapuches nel caso di un attacco a sorpresa del vulcano?” Risposero: “Precisamente è questo ciò che volevamo dire. La nostra gente anziana lo ha sognato.. è un avviso degli eroi che vivono nel cratere.. con loro non si gioca. Qualcuno ha offeso il vulcano ammazzando un uomo o ubriacandosi.. bisogna chiedere perdono facendo una rogativa.. lasciate che noi facciamo invocazioni dal Monte Bianco che è lì di fronte al Copahue, secondo la nostra tradizione.”

Arrivò il giorno segnalato. Freddo ma limpido. Vestiti per il rituale, bandiere, strumenti musicali, viveri, adorni per le danze ed un innocente agnello nero per le aspersioni con il sangue. Tutto preparato, faccia a faccia con la mole imponente e ieratica del Copahue, che pure sembrava vestito a festa come un ragazzo di prima comunione. La fronte illuminata dal sole, la neve fino al ginocchio, le voci si perdevano nell’immensità chiedendo pace e riconciliazione. “Ci siamo riuniti per chiederti Padre Dio, Madre Dio, che tranquillizzi il nostro fratello vulcano.” Con l’issopo pieno di sangue dell’agnello, s’irrorava la bianca neve, si ballava le interminabili danze rituali imitando la fuga dello struzzo, mentre i ragazzi gridavano stentorei UEEEE che ripetevano gli echi di tutti i monti vicini: “tienici compassione padre Dio, mamma Dio”. Al cadere della sera, la rogativa era finita e cominciava a nevicare. Il cratere si chiudeva come dentro una cortina di nuvole. E il Copahue non ebbe più scosse. È ritornato ad essere l’amico di sempre, che regala salute alle sue viscere di fuoco. È ciò che Cristo aveva detto: “se avete fede come un grano di senapa dite a questo monte..” (Mt 21,21)

Altissime sul Copahue navigavano planando lentamente con spirali immense quattro aquile andine.. il cacicco lo spiegò subito: è il buon auguro del vulcano.

Anche io stasera sono andato qui vicino a Chosmalal a visitare una statua di Maria Ausiliatrice che il missionario don Pegoraro, anteriore a Don Florindo, collocò su un monte qui vicino. Discendevo e, per salutare di nuovo dal basso la statua di Maria, mi volsi indietro. Cosa rara: vedo la statua nera. Ma se era bianca e celeste. Un’aquila si stacco dalla testa della vergine e comiciò a volare solennemente descrivendo circoli immensi sotto il cielo coperto di nuvole. Devo interpretare anche questo come un buon augurio, un buon messaggio di Maria? Così sia!»

 

«Sono ospite in un umile rancho»..

«Carissimi, scrivo da un umile rancho di una semplice e laboriosa famiglia meticcia. Mi ricevettero questa mattina con la loro ospitalità proverbiale. Siamo a Butano, 20 km prima di Barrancas. Un bel ruscello nasce dalle viscere del vulcano Tromen di 4000 m. Butano vuol dire Molta Acqua. Lungo il torrente molti ranchos accovacciati con la loro oasi verde che li corona. In uno dei posti più alti e nascosti , una cascata. Il giorno splendido, dopo il temporale di neve che ha coperto con un lenzuolo bianco persino le zone basse, sebbene siamo vicini all’estate… mi sono messo sotto la cascata per rinfrescarmi. Ho celebrato varie Messe riunendo qua e là delle famiglie vicine in un rancho. Molti vecchi. Pochi ragazzi. Molti papà sul fronte, cioè difendendo i greggi dagli artigli dei predatori. Mi segnalano 6 condor che volano in spirale: si vede che sta nascendo un capretto e sono in agguato per rubarlo alla madre. È così che funziona con il puma e la volpe, sempre pronti ad azzannare come cani randagi. La nevicata dell’altro giorno ha sepolto molti capretti appena nati. Vedo un ragazzo con un turbante sulla testa. Mi dicono che è sale di roccia che serve per toglierli la febbre. Un giovane ha una pelle di volpe che avvolge la gamba. È che il cavallo lo ha gettato a terra. Un uomo cieco del tutto con il suo figlio quasi cieco. Taglio legna per loro. Mi invitano a mangiare delle uova delle loro galline. I Furseiri sono recipienti di olio per motori, di quelli che si trovano accanto alle strade che conducono ai pozzi di petrolio. Per far da mangiare quelle di 4 litri , per mangiare o bere quelle di un litro.»

Il rito annuale: emigrare verso ovest..

«A metà novembre molte famiglie lasciano le zone della precordigliera ed emigrano verso l’altra Cordigliera fino a marzo, spinti dalla mancanza di erba e la siccità persistente. Se l’uomo si dimenticasse di questo rito annuale, gli animali stessi se lo ricorderebbero, con il loro istinto migratorio verso l’ovest, ove il ritiro delle nevi lascia posto al verdore esuberante. Vanno avanzando a piedi giorni e giorni, vecchi e giovani con pacchi, utensili, galline, gatti, capretti, alzando una nuvole di polvere. Lassù nelle gole delle montagne che evocano i nostalgici presepi natalizi delle chiese europee, i greggi, che è l’unico capitale di questa gente, vivono dei mesi di abbondanza, ma per le famiglie la miseria regna sovrana, i bambini hanno il peso dei denutriti, la vita è carica di ignoranza e sofferenza, i ranchos impaltati di fango e coperti di paglia formando una capanna monocamera, ove i bambini sognano di notte con un paradiso di latte e biscotti e un po’ di cioccolata che fa l’acquolina in bocca. Vi assicuro che i loro occhi entrano nel cuore come uno spillo.»

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