Antoniol d. Augusto

Missionario Diocesano di Belluno-Feltre

Nato a Lamon il 14.02.1964

 

Missionario in Costa d’Avorio dal 1997. Opera in ambito pastorale (catechesi, sacramenti, comunità di base..); sociale (adozioni a distanza, programma per i malnutriti, per gli handicappati, gli orfani, i malati di AIDS..), educativo (progetti di scuola serale per adulti, alfabetizzazione), e nei progetti umanitari più vari a seconda delle necessità. Dal 2009 di trova in Niger.

 

Sakassou, 22 Aprile 1998

Inizia a conoscersi..

«È quasi un anno che sono qui, e mi sembra di essere appena arrivato. È vero, conosco un po’ i villaggi, i catechisti, le strade, la gente, e la gente comincia anche a conoscere me. Ma mi sento ancora troppo prete, troppo staccato, troppo diverso. Questa diversità mi fa un po’ soffrire, e si aggiunge ad un’altra sofferenza che è la gestione del denaro, che non mi permette di sentirmi povero fino in fondo e di condividere la povertà della gente.

Sono un po’ allergico alle attività, faccio quello che è necessario, ma non cerco di iniziare cose nuove, cerco invece di stare con la gente, di perdere tempo con loro, di ascoltare, di capire e di annunciare la fede nel piccolo, nel quotidiano, con la mia vita e la mia persona, scarsa di doti organizzative e oratorie, ma (spero) ricca di umanità.»

Sakassou, 24 Novembre 1999

Donare speranza..

«Il lavoro con i bambini e gli handicappati mi prende sempre di più, forse è un mio bisogno per riempire la “solitudine” e compensare il mio desiderio di paternità. Ma credo anche sia una delle strade per far arrivare il Vangelo nel cuore dei fratelli africani. Qui gli ospedali funzionano sempre peggio, i medici si assentano durante l’orario di lavoro per prestare servizio nelle loro cliniche private, gli infermieri sono seduti nelle corsie degli ospedali e si alzano solo quando gli mostri una banconota, le medicine sono costosissime e fuori dalla portata dei contadini e di chi non ha lavoro. E il donare speranza ai poveri e agli ammalati credo sia uno dei modi più autentici di essere missionario di Cristo.»

Sakassou, 24 Marzo 2000

Le attività vanno avanti..

«Per noi è la stagione più difficile, la più calda e la più umida e più piena di attività. Ma la malaria mi sta dando tregua e questo aiuta a lavorare meglio. Le attività vanno avanti bene, c’è un rinnovamento dello scoutismo, meno numeroso, ma un po’ più formato. Con gli handicappati lavoro molto e ho molte soddisfazioni e poi ogni giorno ne scopro di nuove. Le adozioni funzionano, quest’anno abbiamo aiutato 218 bambini ad andare a scuola, soprattutto nei villaggi e nelle zone più povere. La falegnameria funziona, tra alti e bassi, e riusciamo a farla andare grazie al contributo che ci viene dagli scout, ma se un giorno il contributo finirà non saremo più in grado di sostenerla. Per questo ci vorrebbe qualcuno che ha la capacità di organizzarla e gestirla bene.»

 

Sakassou, Giugno 2000

Grazie!

«Il lavoro è immenso, sia per accompagnare nella fede le giovani comunità cristiane, sia per annunciare il Vangelo nei numerosi villaggi dove non c’è comunità, e i pochi cristiani hanno bisogno del nostro sostegno. Oltre al lavoro pastorale, c’è quello sociale, che voi conoscete bene perché mi aiutate con il vostro lavoro e la vostra preghiera: gli orfani, i malati, gli handicappati, i poveri insomma, che qui sono legione e riempiono le nostre giornate, la nostra preghiera e la nostra vita. Ecco allora che vi scrivo ancora una volta per ringraziarvi dell’aiuto che avete inviato, grazie anche a nome di Yao e Mamadou che, grazie a voi, camminano, giocano a pallone, si arrampicano sugli alberi. A scuola vanno molto bene, e il loro passatempo preferito è quello di andare a caccia di rane, topi, serpenti e pipistrelli, che poi cucinano e mi offrono per mangiare. Vi dirò che le rane e i serpenti sono veramente prelibati, ma i topi e i pipistrelli non ho ancora avuto il coraggio di assaggiarli.. Un grazie anche nella lingua di questi bambini, il baulé: gniakolao (grazie ai ragazzi) e mokolao (grazie alle ragazze).»

Sakassou, 10 Novembre 2002

In piena guerra civile..

«Ieri giornata indimenticabile per me. I ribelli sono venuti a prendermi alla missione. Il capo di Sakassou, certo Coulibal Bakari, violento, sanguinario, dedito all’alcool, mi ha portato a Bouaké, nel loro quartier generale, lì dove hanno ucciso centinaia di persone. Dovevo testimoniare davanti ai capi della ribellione che i ribelli di Sakassou non sono dei ladri e che, malgrado le voci che girano, rispettano la popolazione civile. A parte questa falsa testimonianza che mi hanno obbligato a fare sotto la minaccia delle armi, ho potuto vedere Bouaké e passare delle ore con uno dei capi della ribellione.

Alla fine, ritornato a Sakassou a 160 all’ora su un fuoristrada rubato, mi ha fatto un lungo discorso nella sua lingua che mi è stato prontamente tradotto da uno dei suoi uomini, in breve mi ha detto che adesso siamo amici, ma se scopre che lo tradisco con l’esercito governativo, viene a uccidermi con le sue mani. Non ho dormito tanto bene ieri notte. Ma oggi va meglio.»

Sakassou, 13 Novembre 2002

..«Noi restiamo qui»

«La vita di Sakassou è molto tranquilla in questi ultimi due giorni. Gli spari sono diminuiti, i ribelli sono stanchi e cercano di risolvere i loro problemi interni di leadership e di come dividersi il bottino. Così noi ce ne stiamo tranquilli. Stiamo cercando di riempire i nostri magazzini di riso e viveri vari per nutrire la gente sempre più affamata e stanca. Gli aiuti cominciano a arrivare. Continuano i nostri viaggi giornalieri a Yamoussoukro per portare malati e cercare cibo e medicine, i nostri rapporti con l’esercito governativo, con l’armata francese e con i ribelli restano buoni. Se la situazione non peggiora, noi restiamo qui.»

 

Con una citazione dal progetto pastorale di Tonino Bello, “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”, del febbraio 1986, ci ricorda il compito della Chiesa..

«Il Centro Missionario è l’organo che ha il compito di tenere desta l’attenzione delle nostre Chiese locali all’impegno primordiale, plenario, totalizzante di ogni comunità cristiana: la missione.

Questa non è riducibile a una delle tante attività che si aggiunge alle altre: deve diventare respiro, atmosfera, temperie, dimensione, orizzontale globale, luogo unificante di tutto il nostro impegno pastorale. Quello missionario non è solo uno dei tanti problemi, magari di fasce collaterali, che ci sono nella chiesa. È problema di orizzonte complessivo. È lo scopo fondamentale della Chiesa: “essa esiste per evangelizzare” (EN 14).»

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9 Settembre 2009

“Dopo due mesi,qualche pensiero.
La Costa d’Avorio è sempre nel cuore: confronti inevitabili anche se cerco di stare attento a non parlarne troppo per non essere scortese e antipatico come gli  stranieri che in africa parlano sempre del loro paese e non si accorgono del bello di cui sono circondati.
Ci hanno messi al “Foyer Jean Baptiste” per il corso di Zarma, la lingua da imparare. Una bella casa dove vivono due missionari 60 e 70 anni. Francesi. Cordiali e ospitali. Ambiente pulito e buona cucina. Un cuoco e un guardiano. Un cane e un gatto invidiati da tutti i bambini del quartiere che se avessero le loro razioni sarebbero dei signori. Una recinzione attorno alla casa e un grande cancello che si apre solo per noi e per pochi raccomandati. Insomma qui stiamo stretti.  Buono per un atterraggio morbido in Africa, ma non buono per prendere le misure e per farsi gli anticorpi. Appena potremo ringrazieremo cordialmente e entreremo nella sabbia e fango  nel quale ci troviamo un po’ più a nostro agio. Gaya ci aspetta. Non sarà semplice, ma siamo qui per questo. Cercheremo casa innanzitutto. In affitto. Non troppo grande per non fare timore ai poveri e non troppo piccola per poterli ospitare. A Gaya c’è già una piccola comunità di cristiani. Cinquanta persone di Paesi, lingue e tradizioni differenti. In mezzo a quasi cinquantamila abitanti tutti di religione musulmana.  E noi due ancora diversi da loro. E non parlo del colore della pelle a cui si fa meno caso qui che in Italia. La differenza più grande è di bagagli, di peso e di tempo. Abbiamo addosso una storia di  duemila anni, un peso e una responsabilità non da poco che sì ci aiuta ad affrontare i problemi con grande umanità e con mezzi efficenti, ma che appesantisce il cammino e ci fa procedere più lentamente. E’ anche per questo che siamo stati inviati qui come dono di una Chiesa che vuole sempre imparare, liberarsi dei pesi che impediscono il cammino, trasmettere il deposito buono della fede, dare speranza e condividere nella carità le sue ricchezze. Cercheremo di costruire Chiesa, poi, con loro, anche la chiesa.
Spero che assieme a loro il nostro bagaglio diventerà più leggero e camminando con loro impareremo quei passi di danza di cui le nostre comunità stanche hanno bisogno per rinfrancarsi e riprendere a testimoniare con gioia la buona notizia della fede in un Dio che è Padre e che ci ama da morire.”

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