Bottegal sr. Maria Beniamina

Suora francescana Missionaria del Cuore Immacolato di Maria

Nata a Sorriva di Sovramonte il 06.03.1926

 

Missionaria in Libano dal 1962, in una clinica di Beirut, per 16 anni. Dal 1978 fu trasferita ad Haifa, in Israele, come suora infermiera nella sala operatoria dell’ospedale italiano, fino al 2003. Ora vive in comunità a servizio delle consorelle.

 

Ricorda il giorno del suo “sì”, l’avverarsi del suo duplice sogno..

«La mia vocazione è nata durante gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, quando, intorno ai 15-20 anni, incominciavo a interrogarmi su cosa avrei potuto fare, su che strada potevo scegliere. Ero militante nell’Azione Cattolica e mi piaceva dedicarmi alla gioventù. Sarei stata contenta anche di formarmi una buona famiglia, ma sentivo che il mio ideale non era quello. Nella mia famiglia, composta da 4 sorelle e 3 fratelli, due sorelle avevano già abbracciato la vita religiosa, e quindi, pian piano, incominciai a pensare: “perché non anch’io?”

I miei genitori non avrebbero ostacolato la mia vocazione, ma erano anni difficili e in casa c’era tanto bisogno. Curando ed accudendo il mio papà, fino all’ultimo momento della sua vita, mi nacque dentro anche un’altra vocazione, quella dell’infermiera. Per fortuna i miei due fratelli ritornarono sani e salvi dalla guerra in Grecia e Albania e io, sia pure con oltre 10 anni di ritardo, potei finalmente realizzare il mio duplice sogno.

Non posso esprimere con le parole la sensazione di pace e di gioia che ho provato nel periodo in cui iniziai il cammino al seguito di Cristo; tranquillità e pace m’accompagnano tuttora, anche se l’entusiasmo ha ceduto il posto alla convinzione. Il giorno del mio “sì” non è stato solo l’8 settembre del 1960, quando ho emesso i voti, ma lo è stato anche ieri, lo è oggi e lo sarà anche domani, fino a quando il Signore vorrà.

Vorrei avere nuovamente 20 anni per poter ripetere la mia donazione a favore degli ammalati nello spirito della nostra fondatrice che in Egitto avviò un’opera di assistenza per le schiave riscattate e i bimbi abbandonati e, in seguito, costruì scuole, dispensari, ospedali. Fedeli a questo carisma, vorremmo aprire altre missioni in aggiunta a quelle già esistenti. Ma si potranno realizzare? Tutto dipenderà dal numero delle giovani che accetteranno di rispondere positivamente alla chiamata di donare generosamente la propria vita a Cristo e ai più poveri.»

Ripensa alla prima clinica in cui ha operato, in Libano..

«Non mancarono difficoltà e fatiche, ma neppure soddisfazioni, nel collaborare al lavoro delicato del chirurghi. Nei primi 4 anni della guerra, che ha distrutto e insanguinato il Libano, ho visto tante tragedie e tanti dolori in quei giovani combattenti; ferite spaventose, sangue che colava dappertutto e, a volte, qualcuno moriva prima del soccorso. Ricordo due giovani che stavano in barella, con la loro mano nella mia, volevano darmi il numero di telefono di casa, ma non ce l’hanno fatta. Qualche papà portava il figlio ferito e diceva al dottore: “Pensa a tuo figlio, e salva mio figlio”, senza capire che già era morto tra le sue braccia.»

 

Haifa, 26 Febbraio 2006

Ci porta notizie dall’ospedale in Israele..

«Nel nostro ospedale non pratichiamo discorsi persuasivi né conversioni, per altro anche proibiti, ma solo la nostra testimonianza con la carità in atto. La suora infermiera è speranza per i pazienti e conforto, fa sentire loro che lì sono trattati come persone e non come numeri. Visitandoli, ti accolgono sempre volentieri e non finiscono di ringraziare; anche se sono agonizzanti, ti regalano il loro sorriso. Alcuni di loro, quando siamo vicini, si fanno il segno della croce per dirci che sono cristiani, specialmente i russi. Pubblicamente non lo possono dire per paura di perdere il lavoro o gli aiuti, anche questa è una Chiesa del silenzio.

Il reparto oncologia è quasi sempre al completo, 50 posti letto. Se viene a ricoverarsi qualcuno dei paesi occupati ricevono il permesso per la cura, ma i famigliari non possono visitarli. Talvolta arrivano dei prigionieri per dare un ultimo saluto al papà, oppure mamma, o fratello morente, vengono accompagnati da due poliziotti con mani e piedi legati da catene, ed è un doppio dolore per tutti al vederli. Se devono ricoverarsi degli ebrei ultraortodossi vengono, ma evitano lo sguardo della suora, ma passati alcuni giorni, rendendosi conto di come ella serve tutti gli ammalati, iniziano ad aprirsi e sorridere, e quando devono uscire reclamano che vorrebbero rimanere.

Nel reparto di riabilitazione, i malati ti accettano con tanto entusiasmo, raccontandoti la storia del loro incidente che ha causato la frattura, e ci sono oltremodo grati quando, vedendoli fare i loro passi insicuri, dici loro un “bravo!” e dai coraggio in più ogni giorno, finché acquistano più sicurezza e ottimismo per la loro guarigione.

Nel reparto chirurgia, i malati entrano al mattino e quasi tutti escono in giornata, e anche questi ci danno il loro grazie, soddisfatti dell’ospedale italiano che non conoscevano.»

 

La situazione socio-politica..

«Noi viviamo l’ambiente ebreo; la situazione socio-politica ha bisogno di un reciproco avvicinamento, specialmente per i più fanatici ebrei e soprattutto palestinesi musulmani, più che divisi. Tanti cristiani imparano dagli ebrei anche per la vita morale libera e tante famiglie soffrono per questo. I problemi socio-politici ci sono dal 1948 per i confini, per quelli che sono stati costretti a lasciare le loro case (i palestinesi) e non sono più potuti ritornare. Ed ora per la costruzione del muro che divide i contadini dai loro campi, i bambini dalle loro scuole e i cristiani dalla loro chiesa, ecc.. per cui è veramente una barriera insormontabile, e poi i passaggi controllati che umiliano.
Il Muzeidin non può pregare come negli altri posti, neppure le campane possono suonare all’infuori di una campanella prima della S.Messa. L’emigrazione dei giovani, soprattutto cristiani, è un fenomeno allarmante; le cause sono la guerra, la povertà e il fanatismo musulmano.»

Episodi di vita..

«In un paese della Galilea, Mgar, vicino Tiberiade, cinque mesi fa, è successo un fatto increscioso causato da un ragazzo, che giocando al computer prese in giro una ragazza drusa; qui vi abitano, da sempre, cristiani, drusi e musulmani. I drusi hanno incolpato i cristiani, anche se raccontano che è stato un suo cugino. Hanno fatto una grande rivolta, bruciando la farmacia e i negozi dei cristiani, e continuano a disprezzarli tanto che le famiglie cristiane, non essendo più sicure, hanno tolto i bambini dalla scuola e mandati a Rene e a Cana, alla scuola dei cristiani. Le autorità civili e religiose sono intervenute a più riprese per ragionare e chiarire il fatto, per mettere solidarietà e pace, e non ci sono riuscite. Si continuano incontri e raduni con preghiere, perché possano vivere ancora assieme con fiducia, ma dicono che è molto difficile, perché hanno una ruggine di discordia che dura da tanti anni.»

S. Pasqua 2007

Auguri!

«Il 15 maggio ricorrono i 100 anni del nostro servizio ospedaliero a Haifa: è stato il primo ospedale con dottori italiani che sapevano farsi specialisti in tutte le necessità. Stanno preparando la storia per farla conoscere nelle manifestazioni e discorsi che faranno. Ci aiuta il centro culturale italiano e anche il comune, con il sindaco. Per i ringraziamenti al Signore, ci sarà il vescovo di Nazareth, questo per i cristiani che frequentano la chiesa. Novità di pace non ci sono, ma il giro dei pellegrini è frequentato.»

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“…capisco che sono tutti armati di grande zelo per far conoscere il vangelo ed aiutare i poveri e i sofferenti. Tanti sono nella breccia senza sicurezza dell’oggi al domani e nonostante tutto lavorano senza temere affidandosi con piena fiducia alla volontà di Dio e al suo aiuto. Questi sono i veri portatori di pace; qui si aspetta sempre la pace magari venisse ma fanno solo riunioni con strette di mano e foto, senza speranza ne fiducia, così ogni tanto c’è chi paga con la vita…”

“…vedo che lavorate tanto in favore delle Missioni e sapete sensibilizzare i giovani a conoscere i Missionari nel posto delle loro opere con usi e costumi di tanti popoli. Così vengono a comprendere da vicino come il Vangelo si diffonde pian piano con sacrifici e testimonianze di vita, ma che il Signore colma anche di gioia chi si dona con amore…”

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