Pante p. Flavio

Missionario della Consolata

Nato a Lamon il 24.11.1949

                       

Missionario in Zaire dal 1978 e in Costa d’Avorio dal 1997, per 11 anni. Attualmente vive a Torino, dove si occupa dei missionari malati, o bisognosi di cure mediche, che ritornano dalle missioni.

Marandallah, Costa d’Avorio

Essere cristiani..

            «Ogni mese avviene la presentazione dei nuovi; nuovi sotto due aspetti: nuovi nati che presentiamo alla comunità e al Signore, e nuovi nel senso di persone che vengono a pregare con noi, anche se non si sentono ancora di diventare cristiani. Li presentiamo alla comunità, spiegando chi sono, da dove vengono, chi li ha portati.. e questo diventa una sorta di atto pubblico, dove la persona dice “d’ora in avanti io vengo a pregare con voi”. Colui che l’ha portata in chiesa diventa come un padrino nei suoi confronti, e continuerà ad invitarla e a portarla in chiesa. Si tratta di una buona dinamica, che permette alla persona di sentirsi accolta, e, quindi, a suo agio, nella comunità cristiana. Essere cristiano vuol dire poter cantare, danzare a pregare nella propria lingua, esprimendo ciò che si porta nel cuore. Le nostre relazioni con i musulmani sono buone. È nostro impegno cercare l’incontro e il dialogo con loro, e ciò si esprime nello sforzo di lavorare insieme nel sociale. Poi, come comunità missionaria (IMC), ogni settimana leggiamo insieme il Corano o qualche testo di spiegazione del loro libro sacro, proprio perché non si può dialogare con l’altro, se tu non lo conosci.»

 

Anche Allah ha diritto..

«Mentre abitavamo ancora nella capanna di terra, abbiamo scelto di sistemare prima di tutto la chiesa. Alla conclusione dei lavori, la chiesa aveva un altro aspetto, insomma sembrava una vera casa di Dio. L’abbiamo inaugurata con una piccola festa e tutti erano contenti. Dopo qualche tempo, un giorno, si è presentata una delegazione di musulmani formata dall’iman, il capo villaggio e altri, chiedendo di parlarmi: “Padre”, mi dicono, “quello che hai fatto per Dio è veramente bello, però anche Allah ha diritto.. Noi vogliamo che tu ci metta a posto la moschea, perché da quando è stata fatta non sono mai stati fatti lavori di mantenimento”.»

Come una madre ama i suoi figli..

            «Ho lavorato in Costa d’Avorio per 11 anni, dando inizio a tre presenze IMC: Sago, Dianra e Marandallah. Per me, sono come i figli di una madre che ama tutti e, tuttavia, quando ti distacchi dall’ultimo ti dispiace di più, perché è il più piccolo. Quando sono stato destinato a lavorare in Italia, mi dicevo: “potessi rimanere ancora un po’, potrei concludere tante cose”. I progetti avviati sono tanti. Ma la missione non è legata ad una persona, e quello che non ho fatto io lo faranno altri. In questo senso, da un punto di vista di fede, è giusto così. Dal punto di vista umano, la cosa ti fa male. È sempre la paura di lasciare qualche cosa che conosci, per affrontare qualche cosa di nuovo, che non conosci, che non ami ancora e accetti per fede.»

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                        24 ottobre 2009

“…ho cominciato a visitare i diversi accampamenti Pigmei sempre in moto. Ho potuto constatare che dal 1984, quando avevo lasciato questa realtà, sono stati fatti grandi progressi: gli accampamenti Pigmei ora sono più accessibili perché, quasi ovunque, si sono avvicinati alle strade. Inoltre cominciano, un po’, a coltivare qualcosa oltre che a cacciare ed infine, anche se con molte difficoltà, sono state fatte delle scuole e cominciano ad esserci alcuni maestri Pigmei. Ci sono anche Cristiani, ma il cammino è ancora lento e stiamo studiando un pre catecumenato e una formazione appropriata a loro. Credo che sia molto importante il contatto e la presenza tra di loro perché solo così (da dentro) si possono scoprire le tracce della verità che Dio ha già messo nei loro cuori. La scorsa settimana ho avuto la possibilità di andare in moto a visitare la mia vecchia missino di Bafwabaka dove sono stato dall’inizio del 1978 al 1984 (la mia prima missione). Da un lato era un po’ triste vedere il regresso dell’ambiente, strutture e strade ma dall’altro lato è stato molto bello rivedere la gente che ti riconosceva e ti parlava come se fosse stato ieri ricordando tante cose. Molti dicevano d’esser stati guariti da me quando c’era il colera, altri di essere stati battezzati sempre da me. Molti, allora bambini, ora grandi dicevano che li facevo salire in macchina o che erano stati miei chierichetti. Una donna ormai anziana quando mi ha visto sembrava che fosse presa da convulsioni, m’ha abbracciato e continuava a ripetere “mtoto va mama Terese”, il figlio di mamma Teresa. Pensa, si ricordava ancora il nome della mamma. Riflettevo tra me: nessuno si ricordava delle mie prediche, quello che è rimasto in loro sono i piccoli gesti di amore disseminati nel quotidiano, nei momenti di bisogno, un consiglio, una parola fatta bene. Qualcuno mi ringraziava ancora per un consiglio dato. Forse ciò che conta e testimonia l’amore del Signore, al di là di tutto sono le piccole cose fatte con Fede  e intrise d’amore.

Anche le difficoltà non sono cose che mi fanno paura o mi preoccupano. Posso dirvi che sono contento di una vita così, nella semplicità, con tanti limiti, senza grandi pretese. Sento che il Signore mi è vicino nella povertà di chi mi sta intorno e mi chiede di accoglierlo ed amarlo così come posso…”

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