Perenzin sr. Pierantonella

Missionaria delle Poverelle

Nata a Soranzen il 15.08.1940

Missionaria in Costa d’Avorio dal 1978 per 19 anni, chiamata poi in Congo, dove vive attualmente.

Bollettino Parrocchiale “Il Pescatore”, Giugno 1990

Solo pane!

            Nel carcere di Abisso (Costa d’Avorio) sono reclusi circa 400 prigionieri, la maggior parte dei quali giovani, provenienti dai paesi limitrofi in cerca di lavoro, arrestati per piccoli furti. Suor Pierantonella Perenzin, la nostra missionaria in terra d’Africa, dopo un breve rientro in Italia, al suo ritorno in Costa d’Avorio, presterà la sua opera di buona samaritana a questi nostri fratelli: curerà i malati, consolerà i disperati, aiuterà i dimessi a raggiungere la loro casa lontana. Suor Pierantonella “sogna” di poter dare un pane al giorno a tutti i detenuti; non un primo piatto, un secondo con contorno, frutta, dolce, caffé e digestivo: SOLO PANE!

Bollettino Parrocchiale “Il Pescatore”, 11 luglio 2003

Dalla Costa d’Avorio..

            «In Costa d’Avorio, dove sono rimasta per 19 anni, il vescovo mi chiamava “il piccolo curato”, perché ero sempre nei villaggi, per il catechismo e l’istruzione. Andavo nei villaggi a trovare gli ammalati, gli handicappati, a salutare le famiglie; proprio un incontro a tu per tu con la gente, e questo mi piaceva tanto. Poi, un bel giorno, avevano bisogno di me in Congo e allora, ormai da sei anni, mi trovo in Congo, con il compito di Economa provinciale: mi occupo, cioè, di tutto quel che riguarda il rifornimento della missione.»

..al Congo.

            «In Congo abbiamo 11 missioni: parte in centro, nella capitale, e altre fino a 500 km da Kinshasa, dove sono morte anche le nostre 6 consorelle nel 1995, di ebola. Erano tutto infermiere che lavoravano all’ospedale: tre erano proprio in servizio là, le altre sono arrivate in aiuto, dopo la morte della prima e della seconda suora, ma sono state contaminate e sono morte anche loro: sei suore, compresa la Madre provinciale. Adesso abbiamo ancora tante comunità che, purtroppo, non vivono tanto bene, perché i mezzi che abbiamo non sono sufficienti a mantenerle. Abbiamo un ospedale anche qui, un ospedale grande con lebbrosario e tubercolosario in un’altra città e una grande missione, in un’altra zona, dove ci sono un migliaio di ragazze che studiano e non avrebbero, altrimenti, nessun avvenire. Abbiamo case di formazione, perché le vocazioni non mancano; è molto impegnativo mantenerle, ma confidiamo nella Provvidenza, che finora non è mai mancata e speriamo che continui..»

Un popolo in cammino..

«Tante volte si vede questa gente che, nonostante la miseria e miseria veramente grande, è abbastanza serena, perché ha fiducia che un domani migliore si presenti all’orizzonte. Purtroppo, in questi anni, ho visto cambiamenti sempre in peggio. Nella città di Kinshasa, che ha 6 milioni di abitanti, non ci sono mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione; non c’è quasi niente.. Si vedono per le strade migliaia e migliaia di persone che camminano, camminano.. Io dico sempre: questo è veramente un popolo in cammino, vorrei dire senza una meta ben precisa, perché non sanno dove vanno e da dove vengono..

Ci sono una marea di giovani, ma senza lavoro. E allora li vedi andare in giro a vendere caramelle, a vendere acqua, a vendere roba rubata, a vendere non so che cosa.. Vendono, comperano: un via vai di gente, un popolo davvero in cammino, che cerca di arrabattarsi in qualche maniera, ma sono veramente nella povertà..»

«Dobbiamo cercare di assumere la loro cultura»..

            «Noi italiani dobbiamo cercare di morire alla nostra cultura, per assumere la loro. Noi siamo nel loro paese: non è giusto che essi perdano la loro cultura per assumere la nostra, ma proprio il contrario. Per noi, questo è un po’ difficile.. Noi, per esempio, abbiamo tanta fretta, mentre loro vivono con più calma, con più serenità. Anche per quel che riguarda l’accoglienza della gente: noi saremmo un po’ spicci, tre minuti e tutto è finito. Loro, invece, nell’accoglienza della persona stanno anche delle ore. Noi diremmo, almeno alle volte, che è una perdita di tempo; per loro, invece, l’accoglienza è tutto.

Ho avuto un’impressione, durante questo periodo di riposo in Italia: che qui si siano un po’ persi i valori, troppa superficialità, consumismo, mancanza di religiosità. E poi c’è tanto individualismo! Faccio solo un esempio, per spiegarmi. La prima volta che sono andata a Bergamo con il treno, ho fatto tutto il percorso Mestre, Padova, Brescia, Bergamo. Tanta gente sul treno, ma nessuno che dice una parola, ognuno per conto suo. Tu dici “Buongiorno” o “Buonasera” e ti dicono “Cosa?”. Ecco, tanto individualismo. Tutti chiusi dentro la propria macchina, ognuno se ne va per i fatti suoi senza interessarsi, o ben poco, degli altri. Ma non bisogna generalizzare.. è solo un’impressione.»

Ritorna in Congo, si porta via da qui..

            «Cosa porto via da qui? Che alcuni hanno dimostrato interesse a sapere dei missionari, di come vive la gente laggiù. Alcuni dicono: “Oh, lasciateli stare, lasciateli vivere!”. Ma non è che noi andiamo, non so, a parlare soltanto di Cristo; andiamo a dar loro una mano, ad aiutarli a risolvere i problemi, a vivere un po’ meglio,se possibile, a sentire che non sono abbandonati, perché, a volte, gli africani dicono: “Noi siamo i maledetti da Dio, perché nessuno si occupa di noi, ma pensano solo a sfruttarci”. E io a dir loro che non è vero..

            Io mi porto via anche il desiderio che molti hanno manifestato, dicendomi: “Mi piacerebbe venire..”. Io dico loro: “Ma venite!” Perché sarebbe bello vedere direttamente per capire, per poter aiutare nel modo giusto..»

Ci lascia un messaggio..

            «Io direi di fare un’esperienza missionaria, non importa dove, perché si cambierebbero molte idee sbagliate che abbiamo in testa. Per esempio, diciamo di aver bisogno di questo e di quello, mentre dovremmo accontentarci di più, andare alla sostanza, veramente, all’essenziale, non alle mille cose delle quali diciamo di aver bisogno e che troviamo che sono superflue. Un’esperienza sì, farebbe molto bene, cambieremo veramente mentalità, anche a livello di chiesa. Chi è passato per la missione, questo almeno ho sentito, si è ridimensionato molto: tutte le sue “esigenze” sono diventate un po’ meno esigenti, sono diventate soltanto “utilità”, non necessità.»

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